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martedì 1 agosto 2017

Dopo l'Operazione Macron il Governo ricompri azioni ENI, ENEL , TELECOM (e ALITALIA). Se non è sotto ricatto, naturalmente.

di Antonio Maria Rinaldi

La decisione di Macron di rivedere i termini dell’accordo già concluso fra i Sud Coreani e Fincantieri per l’acquisizione del 66,6% dei cantieri navali STX, apre una opportunità incredibile per il nostro governo.




Infatti quale altra occasione migliore per poter “ricomprarci” le azioni di ENI, ENEL e TELECOM, cedute maldestramente negli anni passati in nome delle liberalizzazioni, in modo da riprenderci le maggioranze assolute con i canonici 50,01% tale da blindare le società strategiche nazionali da controlli esteri?


Le motivazioni per il quale dovremmo subito adoperarci (ovvero se il governo avesse un minimo di raziocinio) sono molto semplici:

1) dopo il comportamento dei francesi, nessuno, dico nessuno, sarebbe titolato nel porre veti o tantomeno critiche a una operazione del genere. Neanche ad iniziare dalla UE, che in occasione della diatriba italo-francese, si è affrettata a chiarire che “tutto va bene”. Ma anche agli occhi dei più sprovveduti e degli europeisti più incalliti per partito preso, le “regole” (ultimamente applicate un po’ troppo a senso unico) sono apparse saltate in ambito europeo e pertanto chiunque ormai ha il diritto, in omaggio al principio della “par condicio”, nel perseguire i propri interessi strategici nazionali.

2) nello specifico l’operazione di “riacquisto delle maggioranze” sarebbe un ottimo affare per lo Stato italiano in termini finanziari. Infatti sia ENI che ENEL (e in prospettiva se ben gestita anche TELECOM) distribuiscono dividendi i cui rendimenti sono di gran lunga superiori al costo del debito necessario per acquistarli. In soldoni, il tasso d’interesse per reperire le disponibilità finanziarie per l’acquisto delle partecipazioni in oggetto è attualmente molto inferiore al tasso di remunerazione delle azioni stesse determinato dai dividendi erogati.

Di fronte a queste evidenze chi avanzerebbe critiche? Si metterebbero in sicurezza aziende strategiche per la salvaguardia degli interessi nazionali (esattamente come stanno facendo i francesi con una società di cantieristica navale molto meno strategica ai fini nazionali rispetto alle tre società italiane citate) e sarebbe inoltre un’ottimo affare per le casse pubbliche.

Potrebbe essere utilizzata ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti che ha le strutture tecniche per poter realizzare l’operazione in brevissimo tempo anche per la capacità consolidata di poter reperire con facilità le risorse finanziarie a costi bassissimi. Inoltre con l’emissione di obbligazioni finalizzate all’acquisto di azioni di tali società per riconquistare le maggioranze, si potrebbe garantire ai sottoscrittori (magari solo residenti italiani) qualche decimo di punto percentuale in più di interesse rispetto a quelli espressi dal mercato per analoghe emissioni, visto che i dividendi incassati dalle partecipate darebbero ottimi spazi di remunerazione. Sarebbe poi un’ottima occasione, visto il differenziale fra costo provvista e remunerazione investimento su importi totali di qualche decina di miliardi di euro, per diminuire l’entità del debito pubblico e/o la pressione fiscale a carico degli italiani.

Se il governo pertanto non vorrà immediatamente procedere in tal senso, e visto i vantaggi che ne deriverebbero sia in termini strategici che finanziari, allora è palese che ne è impossibilitato per altri motivi.

Motivi che potrebbero essere ricercati facilmente nel fatto che alcuni membri del governo “non possono”, per ragioni “personali”, dare il loro assenso perché ricattati per qualche motivo dall’Asse franco-tedesco. Basta una “consulenza” ricevuta in passato senza averla ufficialmente dichiarata al fisco, magari pagata su qualche conto offshore, e il gioco è fatto (specialità in cui si è distinto il ministro delle finanze tedesco Schaeuble con l’acquisizione delle famose liste dei conti svizzeri).

Si diceva una volta che ai tempi dell’Unione Sovietica (ed era verissimo!) i russi fossero maestri nell’incastrare diplomatici, uomini d’affari, manager, giornalisti, facendo leva sulle personali debolezze. Bastava che il KGB scattasse qualche foto in situazioni compromettenti e inequivocabili, ad esempio con una graziosa signorina (ma le situazioni imbarazzanti erano a centinaia in funzione dei gusti…), e come per incanto il povero sfortunato era definitivamente “sotto schiaffo” tanto da farlo comportare come un mansueto agnellino.

Ebbene è molto probabile che l’inerzia dimostrata dall’Italia in questa, come in tante altre circostanze, abbia delle precise motivazioni: QUALCUNO HA LE MANI LEGATE perché è sotto ricatto.

Se così fosse, l’invito è quello di rassegnare le dimissioni al più presto (leggasi sparire definitivamente) perché prima o dopo si verrà a sapere tutto (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi!) e gli interessi nazionali non possono, e non devono, sottostare a ricatti personali di persone che hanno anteposto i comodi propri al Paese.

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