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lunedì 8 maggio 2017

Noi saremo gli anticorpi

di Marcello Foa

Viviamo in un mondo sempre più complesso, in cui l’apparenza non corrisponde alla realtà, un mondo in cui, ricorrendo alle tecniche che Jacques Ellul aveva sapientemente individuato oltre mezzo secolo fa nel suo saggio “Propaganda”, si tende ad appropriarsi di un concetto di un’idea, di un principio, promettendo di difenderlo, per poi fare in realtà esattamente l’opposto ovvero svuotarlo di significato ma sempre pretendendo il contrario. Gli esempi sono innumerevoli.




L’ex presidente italiano Napolitano avrebbe dovuto essere il primo custode della Costituzione italiana, dunque della sua sovranità e dei suoi valori, ma durante la sua lunga permanenza al Quirinale non ha fatto altro che incentivare il trasferimento di poteri e di competenze all’Unione Europea, violando – nella forma e nella sostanza – proprio la Costituzione su cui ha prestato giuramento.


Dopo l’11 settembre i governi occidentali hanno proclamato la difesa ad oltranza delle nostre radici giudaicocristiane ma poi hanno promosso una società i cui valori sono antitetici rispetto ad esse. Il valore della famiglia, del ruolo e delle origini dell’uomo e della donna, viene rimesso in discussione dalla teoria del gender secondo cui l’identità maschile e femminile non è naturale ma frutto di condizionamenti culturali, dalla promozione dell’aborto, dai matrimoni gay e dalle adozioni gay, dai continui attacchi e alla ghettizzazione dei cattolici.

Noi eleggiamo dei Parlamenti nell’illusione che siano sovrani mentre gli ambiti in cui possono legiferare liberamente sono ridottissimi. Nell’Unione europea il diritto europeo prevale automaticamente su quello nazionale ma il fenomeno non è limitato alla Ue. In genere, codici e normative che emanano da organismi sovranazionali sovrastano quelli nazionali, anche se questi accordi non sono frutto di negoziati fra Stati sovrani ma emanano da organizzazioni che non hanno alcuna legittimità popolare e i cui vertici vengono scelti secondo criteri opachi o sconosciuti; “dettaglio” che dovrebbe allarmare tutti ma su cui in realtà quasi nessuno si interroga con la conseguenza che molti Paesi finiscono per prevedere l’adozione automatica di trattati e accordi internazionali.

Potrei continuare citando altri esempi ma mi pare superfluo. La tendenza in atto da molti decenni, e che ha subito un’accelerazione dopo il crollo del Muro di Berlino, è di una progressiva erosione del concetto di Nazione e di identità dei singoli popoli. La globalizzazione funge da immenso frullatore, in cui tutto si mischia e si confonde fino a diventare neutrale, uniforme, omologato. Questo processo è antitetico rispetto alla storia dell’Uomo e all’essenza della Natura che si basa non sulla standardizzazione ma sul proliferare della diversità come fonte di ricchezza sia culturale che biologica.

La grande novità degli ultimi anni è che sempre più persone non considerano più la globalizzazione nella sua attuale forma come un processo ineluttabile e a esserlo non sono i “no-global” della prima ora ma rappresentanti della borghesia, di quell’opinione pubblica moderata, di esponenti del centrodestra e del centrosinistra che non propongono soluzioni estreme ma che, in coscienza, sentono l’esigenza e talvolta il dovere morale di dire basta e di rivendicare la difesa della propria peculiarità nazionale, linguistica, identitaria. Rappresentano, costoro, gli anticorpi della globalizzazione e non propongono un ritorno al nazionalismo (come invece lasciano intendere i loro detrattori), bensì la ricerca di una diversa e più armoniosa collaborazione fra i popoli e la supremazia di valori che sembravano acquisiti – come la democrazia popolare – e che ora non lo sono più. Sono di destra? Di sinistra? Apolitici? Poco importa, gli orientamenti politici sono molto diversi, non però l’esigenza che accomuna i“neosovranisti”: quella di tornare ad essere padroni del proprio destino e di continuare a credere nella supremazia della volontà popolare, in evidente rottura con l’approccio ultraélitario che accomuna l’establishment internazionalista.

Una sfida che, naturalmente, è politica ma anche culturale; con una distinzione importante. Mentre nel mondo politico stanno emergendo leader e partiti, talvolta con grande successo elettorale, il fermento culturale resta indefinito nei suoi connotati e nelle forme in cui si esprime; oscilla tra l’esigenza di occupare lo spazio dell’informazione, soprattutto sul web, e l’ambizione di dare profondità e struttura al pensiero, che però si esprime attraverso singoli autori che non interagiscono fra loro e che finora non sono stati capaci di dare vita a un vero e proprio movimento di idee.

Questa, però, è una necessità ineludibile: se, come tutto sembra suggerire, la spinta neosovranista ha l’ambizione e il desiderio di essere duratura, dovrà generare anche una corrente culturale e di pensiero, che metta in rete personalità e menti oggi slegate e che sia, per sua natura, il laboratorio capace di dare profondità e lungimiranza a questa istanza, nell’ambito di un duplice percorso: fortemente identitario da un lato ma al contempo fortemente cooperativo a livello internazionale. E non è una contraddizione: si tratta di creare un collante tra pensatori di diverse culture che credono nella valorizzazione della propria identità ma che sono consapevoli di poter incidere davvero se sapranno creare sponde, occasioni di incontro e di cooperazione con intellettuali di altri Paesi che condividono la loro stessa ambizione. I liberi pensatori che hanno avuto il coraggio di esporsi personalmente oggi devono trovare la forza di trasformarsi in un vero movimento. Di iniziare un percorso comune, polifonico nell’identità ma solidale e coeso nelle intenzioni.


fonte: ByoBlu

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