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lunedì 15 maggio 2017

Liberarsi dal liberismo

La Consob esprime preoccupazione per una possibile fine dell’euro e per la fuga degli italiani dalla borsa. Non fa che ripetere ciò che viene enunciato dagli economisti ufficiali. E che si è rivelato puntualmente sbagliato.

di Matteo Volpe

L'inflazione si sta progressivamente riportando in prossimità dell’obiettivo del 2 per cento” dice Giuseppe Vegas, Presidente della Consob, “mentre negli Stati Uniti è già in corso un inasprimento monetario. L’Italia dovrà preparasi ad affrontare la nuova situazione che si profila, non potendo più contare sul puntello esterno della leva monetaria”.



Lo spettro dell’inflazione torna ad aggirarsi per l’Europa. Ma questa volta non è “galoppante”, come si diceva negli anni Ottanta, quando raggiungeva livelli ben più rilevanti, ma è contenuta tra l’1 e il 2%, come stabilito dall’Unione Europea che ha come scopo dichiarato non quello di ridurre la disoccupazione, ma di tenere bassa l’inflazione.
Inoltre, a differenza degli anni Ottanta, non c’è lo stesso livello di benessere, dovuto a un ciclo espansivo che giungeva a compimento, a tutele (protezione del lavoro, accesso ai servizi essenziali, ecc.) come risultato delle lotte sociali degli anni precedenti, e a un intervento non marginale dello Stato nell’economia. Oggi, il risparmio delle classi medie è stato eroso in misura significativa, le tutele sono state quasi del tutto abolite e lo Stato è ormai completamente estromesso dal settore economico. Allora, l’allarme anti-inflazionistico serviva a colpire proprio le tutele sociali e la presenza dello Stato diventato ormai troppo ingombrante per le nuove necessità della finanza transnazionale. Oggi, con una spesa pubblica ridotta ai minimi termini, l’“inasprimento” riguarda direttamente le banche.

Vegas si riferisce al quantitative easing della BCE come a una “opportunità non colta” dall’Italia, incapace di superare il divario concorrenziale. Non sono la BCE e l’Unione Europea, si dice in sostanza, a sbagliare, sono i singoli Paesi, semmai, a non sapersi adeguare. Non ci si interroga su questo modo di intervento della Banca Centrale, perché farlo vorrebbe dire mettere in discussione tutto l’impianto dell’Unione Europea. L’idea, drammaticamente errata, è che l’economia parta dalla finanza e arrivi, alla fine, alle persone in carne e ossa che lavorano. Questa idea, per capire le ragioni del fallimento del QE come di tutta l’Unione Europea (fallimento verso cui, tra l’altro, i loro autori erano pienamente consapevoli di andare incontro) va rovesciata: la finanza è soltanto il punto terminale del processo produttivo concreto (e ne diventa semmai un’escrescenza parassitaria). Lo si è già detto altrove in un diverso contesto e con diverse parole: è il lavoro a creare il profitto e non il profitto a creare lavoro. Ma su questa idea – o meglio, ideologia – malsana si è retta la politica della BCE e di conseguenza quella di tutti i governi a essa incatenati. Quali saranno le conseguenze di un “inasprimento monetario”? Gli effetti saranno scaricati di nuovo, come negli anni Ottanta, sulle classi medio-basse, ma in forma diversa. I risparmi verranno aggrediti direttamente. Il bail-in ne è un esempio. Vegas accenna a criticarlo, ma si tratta di critiche accidentali, non sostanziali: non viene discussa l’esistenza stessa del bail-in (il cui scopo è, come si diceva, scaricare i danni provocati dal ceto parassitario capitalistico-finanziario sulle classi medie) ma soltanto alcune sue specifiche applicazioni.



Con l’attivazione del bail-in, le perdite di una banca in crisi devono essere assorbite in primo luogo dagli azionisti e dai creditori della banca, inclusi i depositanti oltre i 100mila euro.

Non cogliendo il punto centrale di una crisi non italiana, che non è legata a inadeguatezze culturali o a lentezze burocratiche (anche quando non è enunciata esplicitamente aleggia sempre la rappresentazione razzistica dell’italiano pigro, inefficiente e disonesto, contrapposto ai virtuosi e laboriosi popoli germanici, a dimostrazione ulteriore che l’economia ufficiale non ha nulla di scientifico) si finisce per avanzare soluzioni che alimentano il male che vorrebbero curare. “La moneta unica” afferma il Presidente della Consob “ha creato un ecosistema in cui la competitività può essere difesa e incrementata solo attraverso le leve dell’istruzione, dell’innovazione e delle riforma del quadro macroeconomico”. Le famose “riforme” invocate dagli accademici neo-liberali e dal clero giornalistico; in altre parole, per essere competitiva l’Italia deve liberalizzare (ancora e ancora e ancora!) l’economia e ridurre il costo del lavoro(cioè, mistificazioni a parte, i salari).

“Gli italiani voltano le spalle a Piazza Affari” continua Vegas “Oggi la Borsa ha perso centralità”. A proposito di cure che si fatica a distinguere dai mali “gli italiani tendono sempre di più ad allocare il proprio risparmio, oltre che nei fondi, presso conti correnti bancari o postali”. Quello che gli italiani hanno fatto per trent’anni, usare il risparmio come risparmio, prima che qualche professore di economia gli venisse a spiegare che non andava bene, e che doveva giocarselo come un ludopatico (forse non è una coincidenza che con la liberalizzazione del mercato finanziario e l’accesso indotto dei piccoli risparmiatori sono via via aumentate slot-machines, videopoker e agenzie di scommessa, con l’annessa ipocrita raccomandazione di “giocare responsabilmente”). Dopo alcune bastonate gli italiani si stanno forse finalmente rendendo conto che la promessa di felicità della “finanza per tutti”, che le banche cercano di vendere dagli anni Novanta, è in realtà una trappola per topi.

Il mercato non è la soluzione ma è il problema, si potrebbe dire parafrasando – e ribaltando – Ronald Reagan. Non è liberalizzando ciò che è già liberalizzato, non è finanziarizzando un’economia già finanziarizzata, non è trasformando in valore di scambio quel poco che ne è ancora incontaminato che ci salveremo da una crisi ciclica. Potremo farlo soltanto cambiando paradigma, disintossicandoci dall’ideologia della competitività, del mercato assoluto e della merce e ripensando a un’economia fondata sui bisogni invece che sui consumi e sullo scambio.

fonte: l'Intellettuale Dissidente    

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